Ben gli sta a quel Lenny Bruce al pesto che risponde al nome di Beppe Grillo. Dev'essere deprimente accorgersi che, pur essendo un'icona della sinistra salottiera e modaiola, il suo blog - molto linkato, super-trendy e oh-so-glamorous - non influenza più di quello di una tredicenne brufolosa tutta sospiri e cuoricini. Tanto da vedersi costretto a comprare una pagina del Corriere della Sera se vuole sperare di avere un seguito nell'iniziativa che gli sta a cuore.
Come tutti i sinistri salottieri del suo rango, Grillo è uno che quando parla degli Stati Uniti ricorre al solito trito repertorio di frasi prestampate.
Può quindi essere interessante far sapere che in quest'America così poco democratica e chiaramente proiettata verso un futuro di stampo nazista, talvolta anche il semplice blog di un John Doe qualunque può direzionare interessi molto vasti.
Senza ricorrere all'esempio di bloggers che hanno smascherato bufale a sfondo politico, determinando il licenziamento di importanti esponenti dell'informazione tradizionale, mi limito a ricordare un clamoroso caso di un paio d'anni fa, quando la Dr.Pepper-7Up pensò di legare il lancio di una sua nuova bevanda al mondo dei blogs, inviando bottigliette e lattine ai redattori dei blogs più seguiti e più letti.
L'idea dei creativi della Dr.Pepper era che i lettori dei blogs potessero rappresentare un'immagine più autentica, più grass-roots, dei mainstream-media. La bevanda, chiamata Raging Cow, era un beverone a base di latte aromatizzato con cinque gusti differenti. Pur non avendola mai assaggiata direi a naso che si trattava di una schifezza inaudita. E questo fu quanto scrissero i bloggers che ne avevano ricevuto uno stock, dando inizio ad una vera e propria campagna di boicottaggio mediatico, col risultato che la bevanda sparì prima ancora di farsi conoscere.
Il caso della Raging Cow scatenò un dibattito sull'opportunità, da parte delle aziende, di affidarsi ad una forma di comunicazione così immediata e dirompente ma anche totalmente priva di controlli. Tuttavia il mondo dei blogs, qui, resta una prospettiva che ingolosisce chi fa del marketing la propria ragione di vita. Riuscire ad accaparrarsi quei settori di teenagers, di twenty e thirtysomething che nella comunità dei blogs direzionano i gusti dei loro lettori con reciproci scambi di opinione su politica, musica, cinema, prodotti tecnologici e di consumo vario, rappresenta una grossa fetta di facile guadagno per chi investe nella pubblicità.
E' un fatto che negli Stati Uniti, a parte l'episodio Raging Cow, il mercato pubblicitario su internet ha registrato un'impennata, aumentando del 35% e creando una sensazione di ottimismo intorno alla potenzialità dei blogs. Questa potenzialità commerciale viene chiamata word-of-mouth enabler oppure, in maniera più colorita, viral marketing. Come a dire che un prodotto può incontrare successo grazie ad una serie di passaparola mediatici che si espandono come un virus nella rete e, di conseguenza, nel mercato reale.
Come si dice da queste parti, blogs have legs (and crickets don't sing)..